Maniago: Francesco e Leone XIV? Una continuità non costruita

La riflessione del presidente della Cec al convegno di Stalettì: la continuità tra Francesco e Leone XIV, la custodia dell’umano e la responsabilità della comunicazione nella costruzione di una società fondata sulla civiltà dell’amore.

Maniago: Francesco e Leone XIV? Una continuità non costruita

«È bella questa continuità che non è costruita». È convinto di questo S.E. Mons. Claudio Maniago, Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra, che ha offerto una riflessione sul rapporto tra il pontificato di Francesco e quello di Leone XIV in occasione del convegno nazionale dedicato all’etica e all’ecologia della comunicazione, svoltosi mercoledì 4 novembre alla Baia dell’Est di Stalettì.

Pur nella diversità degli stili e delle sensibilità comunicative, secondo l'Arcivescovo emerge tra i due Pontefici un filo di continuità che affonda le proprie radici in una comune passione per l'umanità e nella volontà di accompagnare la Chiesa nell'incontro con le domande e le sfide del mondo contemporaneo. Se Francesco si è distinto per un linguaggio spesso provocatorio, capace di scuotere le coscienze, Leone XIV sembra privilegiare un'espressione più pacata, riflessiva ed equilibrata. Una diversità che non rappresenta una frattura, ma si inserisce in una medesima visione della missione della Chiesa, fondata sulla fede cristiana e sul mistero dell'Incarnazione.

Il presidente della Cec ha sviluppato questa lettura a partire dalla Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, il documento al centro del convegno, allargando progressivamente la riflessione alle grandi questioni della contemporaneità: la dignità della persona, la custodia dell'umano, il bene comune e le trasformazioni tecnologiche. Un intervento che ha coinvolto direttamente anche il mondo della comunicazione e dell'informazione, chiamato a interrogarsi sulle proprie responsabilità nella costruzione della società.

L'iniziativa ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo universitario, dell'informazione e della Chiesa. Tra gli interventi della sessione pomeridiana anche quelli di padre Enzo Fortunato, direttore editoriale della rivista Piazza San Pietro, e del giornalista e vaticanista Marco Politi.

Uno degli aspetti da cui Mons. Maniago ha preso le mosse riguarda il significato stesso del documento pontificio e il suo sorprendente messaggio di fiducia. Come può un Papa che conosce da vicino le ferite dell'umanità e i drammi che attraversano il mondo proporre una riflessione caratterizzata da un titolo così ricco di speranza? La risposta, secondo l'Arcivescovo, va ricercata nella storia personale e pastorale di Leone XIV, nella sua esperienza missionaria e nel contatto diretto con le comunità e le persone incontrate nel corso del suo ministero.

«Lui è stato missionario, cioè ha vissuto in mezzo a quella gente», ha ricordato, sottolineando come Robert Francis Prevost abbia conosciuto concretamente le difficoltà, le sofferenze e le speranze di uomini e donne che vivono spesso in condizioni particolarmente complesse. La fiducia che emerge dal documento, pertanto, non è espressione di un ottimismo ingenuo o distante dalla realtà, ma nasce proprio dalla conoscenza delle sue contraddizioni e dalla convinzione che anche nelle situazioni più difficili sia possibile individuare percorsi di riscatto. Una sensibilità che Mons. Maniago ha posto in continuità con il magistero di altri Pontefici, richiamando in particolare Paolo VI e la sua capacità di leggere i segni dei tempi anche nelle stagioni più travagliate della storia.

Al centro della riflessione si è collocato quindi il tema della custodia, parola che ha assunto un significato particolarmente rilevante nel magistero di Papa Francesco, soprattutto in riferimento alla Casa Comune. Mons. Maniago ha evidenziato come Leone XIV inviti ad ampliare ulteriormente questa prospettiva, riconoscendo nella custodia dell'essere umano una responsabilità che supera i confini dell'appartenenza religiosa e interpella ogni persona.

«Un documento come questo non può non interessare anche chi non è credente, ma chi abbia a cuore la cura, la custodia dell'umano», ha osservato. La dignità della persona, infatti, non costituisce una questione riservata alla comunità ecclesiale, ma rappresenta un fondamento irrinunciabile della convivenza civile. Da qui il richiamo al bene comune, che non può essere interpretato come un interesse circoscritto a una determinata appartenenza confessionale, ma come un bene che riguarda l'intera società e la responsabilità di ciascuno nei confronti degli altri.

In questa prospettiva, il documento pontificio non si limita a individuare le criticità del presente, ma offre un percorso per comprenderle e affrontarle. Mons. Maniago ha descritto l'approccio di Leone XIV come un accompagnamento alla riflessione e al discernimento: «Sembra quasi prenderti per mano e portarti a una riflessione, anzi, a un discernimento». Gli strumenti indicati sono il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa, due riferimenti che consentono di leggere la realtà senza separare la dimensione spirituale dalle concrete condizioni dell'esistenza umana.

Il Vangelo, in questa prospettiva, non propone una spiritualità estranea alle vicende della società, ma una visione dell'uomo capace di incidere sulle relazioni, sulla convivenza civile e sulle scelte collettive. La Dottrina sociale della Chiesa costituisce, invece, un patrimonio di sapienza maturato nel corso della storia, ancora oggi in grado di offrire criteri di discernimento sulle grandi questioni della giustizia, del lavoro, della dignità umana e della relazione con il creato.

Particolare attenzione è stata riservata anche alle trasformazioni tecnologiche e, in modo specifico, allo sviluppo dell'intelligenza artificiale. Mons. Maniago ha messo in guardia dal rischio di una narrazione dominata dalla paura, alimentata anche da dichiarazioni allarmistiche provenienti da alcuni protagonisti dello stesso settore tecnologico. Il pericolo, in questo caso, è che le previsioni catastrofiche finiscano per generare un senso di impotenza, allontanando le persone dalla possibilità di comprendere e governare processi che stanno già incidendo profondamente sulla vita individuale e collettiva.

La risposta, secondo l'Arcivescovo, non può consistere nel rifiuto delle nuove tecnologie, né in un atteggiamento di passiva accettazione. Occorre piuttosto sviluppare una responsabilità capace di orientarne l'impiego attraverso principi etici solidi, affinché il progresso rimanga al servizio della persona e non si trasformi in uno strumento che ne comprometta la dignità e la libertà.

Il tema della comunicazione è tornato con particolare forza nella parte conclusiva della riflessione. Per Mons. Maniago, la ricerca della verità e la capacità di raggiungere realmente le persone rappresentano dimensioni essenziali di ogni autentica esperienza comunicativa. Anche il magistero pontificio, ha osservato, manifesta sempre più l'esigenza di utilizzare un linguaggio accessibile, capace di superare i confini degli ambienti specialistici e di entrare in dialogo con un pubblico ampio.

Una considerazione che chiama direttamente in causa il mondo dell'informazione. Comunicare, infatti, non significa soltanto trasmettere notizie, ma contribuire alla formazione delle coscienze, offrire strumenti per interpretare criticamente la realtà e favorire una distinzione consapevole tra la verità e le impressioni superficiali. La responsabilità di chi informa si misura anche nella capacità di promuovere una cultura del confronto, della conoscenza e del rispetto della persona.

È in questo quadro che assume tutto il suo significato il richiamo finale alla scelta tra Babilonia e la Nuova Gerusalemme. Le due immagini bibliche diventano, nella lettura proposta dall'Arcivescovo, simboli di due modelli alternativi di società: da una parte la civiltà del potere, fondata sulla logica del dominio; dall'altra la civiltà dell'amore, nella quale le relazioni umane trovano il proprio fondamento nella giustizia, nella solidarietà e nella pace.

«Alla fine devi scegliere se costruire la civiltà del potere o la civiltà dell'amore, se costruire la Babilonia oppure la Nuova Gerusalemme». È questa la considerazione più incisiva con cui Mons. Maniago ha concluso il proprio intervento, richiamando una scelta che non appartiene soltanto al passato e che ogni generazione è chiamata ad affrontare. «Una scelta […] che come tutte le generazioni anche la nostra è chiamata a fare», ha ricordato.

Da qui l'esigenza di offrire alle persone strumenti adeguati per compiere scelte consapevoli, non dettate soltanto dalle reazioni emotive o dalle paure del momento, ma maturate attraverso un autentico discernimento. La sfida, dunque, non è soltanto comprendere il mondo che cambia, ma decidere quale mondo si intende contribuire a costruire.